Tratto dal sito:http://www.figlidellaminiera.com/2009/04/23/macugnaga-e-il-monte-rosa/


 

Un capitolo a parte merita la narrazione degli avvenimenti succedutisi a Pestarena nel periodo della guerra partigiana.
Dopo l’8 settembre 1943 la direzione della miniera rallentò con molta avvedutezza la produzione nell’incerto destino dell’oro, la cui quantità si aggirava allora attorno ai 50Kg. al mese.Pare che il governo di Salò fosse riuscito a riservare a sé la produzione aurifera sottraendola alle mire del comando supremo tedesco. Nella confusione degli ultimi mesi del ’43 non fu difficile alla direzione nascondere il prezioso minerale in una galleria cieca protetta da due enormi porte di ferro. Per rendere più difficile l’accesso fu fatta crollare una parte della galleria antistante e all’ingresso fu innalzato uno spesso diaframma di cemento. L’oro celato nel cunicolo ammontava a circa duecentocinquanta chilogrammi mescolati a parecchi quintali di terriccio. L’inverno e la successiva primavera del ’44 trascorsero in un clima relativamente tranquillo. Nel frattempo si erano andate organizzando in valle alcune bande partigiane di formazione eterogenea che incominciarono a chiedere, sempre più frequentemente, alla direzione mineraria dei contributi, prima in denaro, poi in…bidoni di fango aurifero. Fra i minatori lavorava anche il tenente Giampiero Greco che comandava una formazione di partigiani autonomi. Tagliamacco” (questo era il suo nome di battaglia) onde evitare che il prezioso materiale fosse prelevato con la forza dai nazifascisti o da altri, si accordò tacitamente con la direzione della miniera nell’intento di recuperare l’oro dal nascondiglio e di trasportarlo, attraverso il Passo dei Mondelli, in Svizzera. Qui il minerale avrebbe dovuto essere depositato in una banca in attesa di venire restituito all’Italia alla fine del conflitto. L’iniziativa fu studiata accuratamente e attuata nel volgere di pochi giorni. Dal 20 al 22 luglio la valle venne bloccata dai partigiani di Tagliamacco mentre un gruppo di operai fra i più fidati iniziava lo smantellamento delle opere protettive del deposito: trentasei ore di lavoro ininterrotto ed estenuante sotto la vigilanza inflessibile di alcuni capi. Alfine l’oro fu portato alla luce e i bidoni trasportati subito verso il confine da oltre cento portatori con la scorta armata dei partigiani di Tagliamacco. Una fitta coltre di nebbia aveva favorito inaspettatamente l’operazione celandola a sguardi indiscreti.I bidoni vennero nascosti in alcuni anfratti della montagna a poca distanza dal confine in attesa che si definissero le pratiche relative all’inoltro in terra elvetica.Il comando tedesco di Domodossola , appena venuto a conoscenza del trafugamento, sospese l’invio dei viveri a tutto il complesso minerario. Ma gli avvenimenti incalzavano. Nel corso dell’estate l’Ossola veniva progressivamente liberata dalle forze partigiane che concludevano brillantemente l’operazione nel settembre occupando Domodossola.Nel frattempo ebbero inizio in Anzasca infiltrazioni sempre più massicce di partigiani provenienti dalla vicina Valsesia. Tra le formazioni partigiane di Tagliamacco e le ultime arrivate si venne ben presto ad una lotta aperta. I garibaldini non tardarono ad avere il sopravvento, sia perché meglio organizzati, sia perché non temevano di usare metodi molto più decisi dei loro avversari. Così nel giro di poco tempo la valle Anzasca passò sotto il pieno controllo dei partigiani valsesiani. Tagliamacco venne accusato di tradimento e dovette abbandonare la valle aggregandosi ad altre formazioni nella bassa Ossola.Alla caduta della “Repubblica dell’Ossola” l’oro di Pestarena ritornò d’attualità presso i comandi nazifascisti. Una squadra di militi con alcuni portatori salì al Passo dei Mondelli a riprendere i preziosi bidoni e li trasportò a valle. Sembra però che in parecchi di essi la polvere aurifera era stata sostituita nel frattempo con dei… sassi. L’oro venne incamerato come preda di guerra dalle SS e trasportato nei pressi di Milano, ma infine nuovamente consegnato alla Repubblica di Salò poco prima della fine della guerra. Nel dopoguerra la produzione riprese normalmente incontrando però quasi subito parecchie difficoltà, dovute soprattutto allo squilibrio fra i prezzi di costo e quelli di realizzo, anche perché la Banca d’Italia aveva completamente sospeso gli elevatissimi premi di produzione che erano stati devoluti nell’anteguerra secondo le direttive della politica autarchica del regime.Nel tentativo di eliminare il disavanzo fu installato un nuovo impianto di trattamento e si potenziò la ricerca del minerale nel sottosuolo. Ma nonostante la completa ristrutturazione, l’economia del complesso minerario rimase sempre fortemente passiva soprattutto perché all’aumento del costo della mano d’opera non aveva fatto riscontro un adeguato aumento del prezzo dell’oro. Così dopo alterne vicissitudini, nel 1961 la miniera venne definitivamente chiusa.